STURMTRUPPEN
La Raccolten, volume 5




       

BONVI, L’ARTISTA. ANCHE A COLORI.

Il paradosso di Bonvi, il cartoonist che diceva di non saper disegnare.

Grande creativo, cresciuto in un ambiente stimolante con amici come Francesco Guccini, Bonvi si è cimentato negli anni su diversi fronti artistici.

Nell’ambiente fumettistico era molto amico di Hugo Pratt e di Magnus (Roberto Raviola), altri due grandissimi maestri della letteratura disegnata (come lo stesso Pratt definiva i comics): rapportandosi a loro forse si sentiva inferiore.

In realtà il genere fumettistico in cui si cimentava Bonvi, quello umoristico, ha tratti stilistici completamente diversi da quello realistico: basti pensare alla stilizzazione estrema a cui era arrivato Schultz con i suoi Peanuts.

Comunque Bonvi, pur dicendo di non saper disegnare, è entrato nell’olimpo dei cartoonist più famosi a livello europeo affermandosi con il suo stile unico e inconfondibile, di cui abbiamo già scritto negli scorsi numeri. Nella memoria collettiva è ricordato come un maestro del bianco e nero, grazie al suo sapiente utilizzo della china e ai suoi giochi di chiaroscuri, tratteggi e grande utilizzo dei retini. In realtà, ricercando nell’archivio di Bonvi, la figlia Sofia ha riscoperto alcune storie colorate, spesso sul retro, ma anche lavori inediti e studi che mostrano un uso raffinato e artistico del colore.

C’è per esempio una prima serie di illustrazioni inedite di fiabe, dei primi anni ‘60, con degli enigmatici cavalieri stilizzati, idee che in parte Bonvi riprese molti anni dopo per una delle sue ultime opere, le illustrazioni per il libro “Ali Babà e i 40 ladroni”.

In questo uso dei colori, più che il ricordo dei cartoons americani, si ritrova il gusto quasi onirico di alcuni lavori del maestro genovese Lele Luzzati, che a sua volta richiamano Chagall.

L’immagine del soldato a fianco, inedita, è il dettaglio di una tavola contenuta in un blocco di grande formato composto da cartoncini spessi su cui Bonvi negli anni si è cimentato realizzando illustrazioni a colori, con tecniche miste, forse rilassandosi dal ritmo di produzione quotidiano dei fumetti seriali e sperimentando il proprio talento in un ambito artistico diverso.

Peccato che se ne sia andato troppo presto: questo genio che non sapeva disegnare ci avrebbe probabilmente regalato anche altri capolavori, forse non solo a fumetti.

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