BONVI RACCONTATO DA SUA FIGLIA
(PRIMA PARTE)

- 18 dicembre 2014 -




       
“Metti una sera a cena” incontrare Sofia Bonvicini, la figlia di uno dei più importanti fumettisti italiani: Franco Bonvicini, in arte Bonvi, autore delle Sturmtruppen e di Storie dallo spazio profondo. 
Come non amare Milano quando fa queste sorprese e come non cogliere l’opportunità di chiederle un’intervista in esclusiva per C4comic. 

Mariarita Sasanelli: - Eccomi qui, potrei fare una breve introduzione sulla carriera e le opere di Bonvi, ma preferisco che sia tu a farlo, Sofia, dal tuo punto di vista. Chi era Bonvi? 

Sofia Bonvicini: - Bonvi era innanzitutto il mio papà, che visto con gli occhi di una figlia somiglia più a un essere mitologico, infallibile, unico e assolutamente immortale. 
Tutto il contrario di quello che era in realtà, tranne l’ultima, ovviamente, perché mio padre è ancora vivo. Vive in tutti i suoi lavori e nel ricordo di chi l’ha conosciuto sia personalmente che attraverso le sue opere. 
La cosa più bella che mi ha lasciato è stata la capacità di immaginare la realtà. In fondo, la realtà come dato oggettivo, uguale per tutti, non esiste. Esiste però la dimensione che noi, chiamiamo a nostro modo “realtà” e la rendiamo nostra in tutto e per tutto. Ecco, in questo mio padre era universalmente unico: nella capacità di vedere la realtà attraverso i suoi occhi e di raccontarla. La sua realtà superava a volte persino la fantasia stessa, ma lui non se ne è mai vergognato, anzi, ha saputo con il suo personalissimo tratto raccontarla e tramandarla fino ai nostri giorni, ancora attualissima e ricca di spunti su cui riflettere... o riderci su. 

S. - Aveva più o meno la mia età (30 anni n.d.r.) quando disegnò la prima Sturmtruppen. Correva l’anno 1969, a Bologna, lo fece su una tovaglia di carta di un’osteria. C’era un clima molto fertile a Bologna in quegli anni, in cui artisti e cantanti che hanno fatto un’epoca si incontravano negli stessi posti e univano saperi ed esperienze, tecnica e visione. 

S. - Per rendere l’idea, Bologna a quei tempi era un po’ come la Sylicon Valley odierna, e, guardandolo con gli occhi degli startuppisti contemporanei, mio padre era l’uomo giusto al momento giusto. 

M. - Da quel fatidico giorno fu un susseguirsi di successi che tutti noi conosciamo bene: dalle Sturmtruppen, alle animazioni di Nick Carter, passando dalle francesi Cronache del dopobomba, fino ad arrivare alle storie spaziali di un robottino che assomigliava al suo amico Francesco Guccini e a un baldo giovanotto, protagonista della serie intitolata Storie dello spazio profondo... e ancora tante, tante altre creazioni, storie, racconti e personaggi. 

S. - Non si fermava mai. Neppure quando passava del tempo con me... spesso mi sedevo al tavolo vicino a lui nel suo studio di via Rizzoli (proprio sotto le due torri) e disegnavamo insieme. Mentre chinava, io usavo le matite, perché non avevo il permesso di toccare i suoi preziosissimi pennini, ma, da ribelle come lui, li usavo di nascosto... e così ho imparato a disegnare e scoprire l’esistenza di una marea di tecniche, tutte diverse. 

S. - Il mio papà faceva tutto: dalla matita alla china fino al retino, pioniere nell’uso, qui in Italia e Maestro indiscusso persino all’estero. È stato un innovatore in tutto, anche dal punto di vista stilistico: ha portato la pop art nel mondo dei fumetti che fino a oggi è stato considerato un’arte minore, elevandolo a vera e propria maestranza. 

S. - Per usare un tema attuale, mio padre era un vero e proprio designer. Non solo inventava un prodotto commercialmente vendibile (il character), ma anche ne disegnava il packaging (consistente nei formati e nelle tecniche con le chine e i retini). Era un vero e proprio “makers” e faceva tutto ciò a mano: dalle matite, alle colorazioni, al taglio della carta, alla numerazione delle tavole... una fatica incredibile. Ma gli piaceva e spesso mi ricordo, rideva da solo quando finiva una striscia. 

S. - Ho sempre pensato fosse “strano”, ma ormai mi ero abituata alle sue stranezze: bofonchiava e borbottava spesso, gesticolava persino da solo. Mio padre era uno dei pochi che viveva in prima persona quello che disegnava. Quanti di quelli che oggi si professano “artisti” riuscirebbero a sopportare il peso di vivere una realtà immaginata e di rimanervi fedeli fino alla fine? Una domanda che mi pongo spesso... ma alla quale non trovo molte risposte intorno a me… 
Nel frattempo se volete esplorare la “realtà immaginata” di Bonvi troverete tantissimo materiale sul sito www.bonvi.itinsieme a tantissimi suoi disegni e potrete scoprire altri dettagli sul sito www.c4comic.it

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